Il sistema di potere nel regime nazista

Nel 1942, Franz Neumann sollevò per primo la questione del caos amministrativo che spesso caratterizzava il Terzo Reich. Più recentemente, un altro studioso, Ian Kershaw, ha invece di nuovo insistito sul ruolo decisivo occupato da Hitler nel sistema di potere nazista. L’autore di questa pagina fa il punto sul dibattito storiografico in corso.

Franz Neumann, giurista e politologo di ispirazione marxista, ha offerto con il suo libro Behemoth, terminato nel 1941 e pubblicato l’anno successivo, la critica più incisiva dell’immagine unitaria proiettata dal Terzo Reich. Lo studioso mette in luce il pluralismo congenito di un regime lacerato da forze che, dietro la facciata abbellita dalla propaganda, si abbandonavano a lotte feroci per strappare allo Stato le sue prerogative [= competenze specifiche – n.d.r.] tradizionali. E così lo Stato classico, lo Stato prussiano, scompariva lasciando il passo ai <<quattro gruppi centralizzati. ciascuno operante secondo il Führerprinzip [= principio del Führer, secondo il quale gli ordini emanavano sempre e solo dall’alto, da un capo – n.d.r.], ciascuno con un potere legislativo, esecutivo e giudiziario autonomi>>. Malgrado la loro rivalità, aggiunse Neumann, tali gruppi, dagli interessi divergenti e dai poteri sempre più estesi – il Partito, l’esercito, la burocrazia e la grande industria -, sapevano concedersi delle tregue e giungere a compromessi, e Hitler si limitava a ratificarli. Ecco ciò che di norma il concetto di policrazia designa, ma che in questo caso è ironicamente capovolto. Utilizzato da Carl Schmitt [il più prestioso giurista tedesco al tempo del Terzo Reich – n.d.r.] negli anni venti per denunciare l’evoluzione del regime democratico verso una giustapposizione [= un insieme incoerente e caotico – n.d.r.] di istituzioni in grado di eludere un potere di controllo e di decisione unica, tale concetto è diretto da Neumann contro una dittatura che pretendeva di aver restaurato siffatta unità di potere, e che lo stesso Schmitt sosteneva con zelo. La figura biblica di Behemoth, mutuata da Thomas Hobbes, simbolizza il caos generato dalla scomparsa dello Stato e dalla totale assenza di leggi, figura inversa di quel Leviatano a cui andavano le preferenze del filosofo secentesco.

L’interpretazione di Neumann [...] coglie nel segno quando sottolinea il pluralismo del regime nazista [...] Con il proliferare di organi straordinari, che si ritagliavano spazi nelle competenze e negli apparati statali, la struttura del Terzo Reich andò via via assomigliando al costume di Arlecchino, composta com’era di amministrazioni tradizionali e di apparati ibridi [= misti – n.d.r.] tra Stato, Partito e interessi privati. Una realtà che senza dubbio evoca ciò che un altro esiliato, Ernst Fraenkel, ha chiamato la dualità dello Stato nazista – ricordiamo che Neumann contestava la possibilità stessa di parlare di Stato – e che rappresentava più l’intrico [= l’intreccio – n.d.r.] che la giustapposizione di uno Stato di diritto e di un regime eccezionale, poiché il primo esisteva soltanto in virtù della tolleranza del secondo, ben determinato a ingrandirsi a sue spese.

A tale labilità dell’organizzazione amministrativa del Terzo Reich, aggravata dal fatto che gli organi diventati superflui non venivano mai aboliti (per esempio il piano quadriennale), si affiancava, elemento spesso trascurato, un crescente informalismo giuridico. Innanzi tutto, il confine tra decreto, ordinanza e legge si attenuava e gli stessi giuristi arrivavano ad accettare che una dichiarazione orale di Hitler avesse valore di legge: così successe quando egli, durante un discorso all’inizio della guerra, designò Goering e Hess come suoi successori. Cosa ancor più grave e sintomatica, la legislazione era sempre meno sottoposta al principio di pubblicità, condizione indispensabile per un’amministrazione efficace. Su 650 ordini, decreti e direttive scritti da Hitler, censiti per il periodo 1939-45, 404 non furono pubblicati sulla <<Gazzetta Ufficiale>>. I litigi e le confusioni che ne seguirono furono facilmente immaginabili. Ad esempio, in virtù di un decreto non pubblicato, nel 1939 Himmler fu incaricato del <<rafforzamento della razza tedesca>>, ciò che gli il potere di sequestrare le terre degli allogeni [= i non tedeschi – n.d.r.] residenti nelle zone annesse. Ne risultarono impugnazioni davanti ai tribunali, i quali non conoscevano, evidentemente, il decreto in questione. Analogamente l’eutanasia, cioè la soppressione dei malati mentali, iniziata nell’autunno1939, diede luogo a denunce, costringendo il ministero della Giustizia a informare i giudici dell’esistenza di un ordinesegreto con il quale Hitler autorizzava l’operazione.

Sicuramente dunque ci troviamo in presenza, a proposito del regime nazista, di una struttura sui generis [= del tutto speciale e particolare – n.d.r.], che dà adito [= permette – n.d.r.] di parlare di disordine, e persino di caos. Ma pur ammettendo le difficoltà incontrate dai dirigenti del Terzo Reich ad avere una visione d’insieme e riconoscendo altresì che occorreva loro un sempre maggiore dispendio di energie per mantenere una qualche corenza, il regime restava, a mio avviso, perfettamente gestibile. Rimanevano organi di coordinamento, quali la cancelleria del Reich e la cancelleria del Partito, e le questioni più complesse erano oggetto di regolari riunioni interministeriali a livello di segretari di Stato, come avvenne nel gennaio 1942 a Wannsee alo scopo di organizzare lo sterminio degli ebrei d’Europa. Il coordinamento era assicurato, anche e soprattutto, da Hitler stesso. Il disgregarsi dell’unità amministrativa aveva come corrispettivo la concentrazione di tutti i fili del potere nelle sue mani.  [...]

L’alternativa tra monocrazia e policrazia appare così limitatamente pertinente poiché né l’una né l’altra di tali nozioni permettono di rendere conto sia dell’evoluzione delle strutture sia del ruolo decisivo svolto dal Führer. Il concetto di carisma elaborato da Max Weber [sociologo tedesco, attivo nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento – n.d.r.] è a tal proposito più soddisfacente. Per carisma si deve intendere una qualità straordinaria attribuita da un gruppo di seguaci a un personaggio che si presenta come investito di una missione. Il potere carismatico, inteso in senso ideal-tipico [= in linea di principio, come categoria concettuale e interpretativa, a prescindere dai casi concreti – n.d.r.], si distingue quindi sia da quello tradizionale, fondato sul principio ereditario e sul prestigio del passato, sia dal potere legale-razionale, basato su leggi ed esercitato tramite la burocrazia. [...]

Uno dei tratti costitutivi del potere carismatico è un certo tipo di atteggiamento e di disposizione. Ian Kershaw ha messo in rilievo quanto vi fosse di emblematico nella formula di un alto funzionario nazista che esortava a <<lavorare in funzione del Führer>>. Non era sufficiente ubbidire, bisognava fare propria, persino anticipare con atti, la politica di Hitler. Ora, una simile condotta si insinuò in gran parte delle istituzioni, ben al di là del nucleo carismatico [= il gruppo iniziale, relativamente ristretto, che aveva recepito il messaggio di Hitler – n.d.r.], e contribuì alla realizzazione di obiettivi che erano letteralmente fuori legge e che talora venivano addirittura presentati come un semplice desiderio del Führer. In tal modo appare più comprensibile la partecipazione di tanti apparati alle imprese criminali dei nazisti.

(P. Burrin, <<Carisma e radicalizzazione nel regime nazista>>, in H. Rousso (a cura di), Stalinismo e nazismo. Storia e memoria comparate, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 74-75. 79-80. 85-86. Traduzione di S. Vacca)

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