“Fate lavorare i detenuti”

07.01.2014

“Fate lavorare i detenuti”

Pubblichiamo integralmente l’intervento della Garante regionale delle persone private della libertà personale Desi Bruno, dopo la sua visita nel carcere di Modena

 

Sono stata di recente al carcere di Modena. Questi sono i numeri: 568 detenuti di cui 330 condannati in via definitiva, 392 gli stranieri, 200 i tossicodipendenti, 22 gli ammessi al lavoro all’esterno, 7 i semiliberi, mensilmente lavorano all’interno dell’istituto 58 persone (50 impegnati nei lavori domestici, 8 nel tenimento agricolo). Questi numeri già dicono tutto sul disagio sociale, e non solo, della popolazione detenuta. Il nuovo padiglione, aperto per migliorare le condizioni di sovraffollamento, è certamente più idoneo,  le celle (rectius camere di pernottamento) sono più ampie ed in regola con i parametri europei. Ha circa 200 reclusi lì collocati, molti con la speranza di poter svolgere attività lavorative, mentre gli altri presenti nel vecchio edificio non svolgono alcuna attività lavorativa, che adesso non ci sono, fulcro del trattamento penitenziario e di ogni processo di riabilitazione.


Nel carcere di Modena, come nelle altre regioni d’Italia, manca il lavoro, se non quello “a singhiozzo”, per il disbrigo delle ordinarie occupazioni all’interno degli istituti (chi si occupa della spesa, chi delle pulizie, chi del sopravvitto). Ora Modena è città che, nonostante tutto, e al tempo della crisi, può dare qualche risposta. Certo Modena ha la casa circondariale, ha il Centro d’identificazione ed espulsione (ora chiuso), ha la Casa di lavoro di Castelfranco Emilia (dove appunto il lavoro non c’è) e conosce un concentrato raro di situazioni complesse di privazioni della libertà personale. Certo si può dire, e si dice, che i detenuti vengono dopo, devono pagare così i loro errori, fuori tanta gente è disoccupata, sta male, soffre la crisi. Perché pensare al lavoro in carcere?


Vero, ma il lavoro in carcere rappresenta un investimento per tutti, anche per la collettività in termini di sicurezza: perché il lavoro può abbattere la recidiva; perché gli stranieri potrebbero imparare un mestiere e non tornare sui barconi; perché i detenuti sono persone che hanno famiglia, hanno figli e quel che è capitato a loro non può essere del tutto separato da noi. E allora è possibile che non ci siano imprenditori che vogliono scommettere su un progetto di lavoro in carcere? Gli spazi ci sono, ci sono sgravi fiscali, una manodopera meno costosa e con voglia di fare, in modo che  non venga sacrificato l’utile dell’impresa che così potrebbe svolgere anche la funzione sociale che la Costituzione le assegna.


A Bologna si sono messi insieme tre colossi, Ima, Gd e Marchesini, che assieme alla Fondazione Aldini Valeriani hanno dato vita ad un’impresa sociale ed hanno aperto con ottimi risultati un’officina in carcere, dando lavoro ad una dozzina di detenuti che eseguono lavori di carpenteria, assemblaggio e montaggio di componenti meccanici. Se qualche imprenditore volesse provarci, basta bussare alla porta della tenace direttrice del carcere di Modena.


 

La visita della Garante all’istituto di Modena


La Garante regionale dei detenuti, Desi Bruno, il 13 dicembre scorso ha visitato la Casa circondariale di Modena. La situazione si riassume innanzitutto in questi numeri: 568 i detenuti presenti, di cui 330 condannati in via definitiva, 112 in attesa di primo giudizio, 200 tossicodipendenti (15 in terapia metadonica), 22 gli ammessi al lavoro all’esterno, 7 i semiliberi. È sempre molto alta, prossima al 70%, la presenza di stranieri (392).

 

È attivo il servizio di accoglienza dei nuovi giunti con spazi dedicati (13 celle per due persone ognuna) per le persone condotte in carcere, in attesa di effettuare uno screening sanitario prima dell’assegnazione alle sezioni detentive; parimenti attiva, la sezione per dimittendi (con spazi dedicati alla scuola e ai corsi di formazione), dove vengono assegnate le persone quando resta da scontare un breve periodo detentivo. La direzione del carcere di Modena aveva da tempo proceduto a “aprire” le celle, o meglio le camere di pernottamento: le sezioni detentive risultano ormai tutte “aperte”, a parte una (per motivi di incolumità personale, quella in cui sono allocati i detenuti cosiddetti “protetti promiscui”), e i detenuti passano parte della giornata fuori dalla cella. Nel vecchio edificio non ci sono tendenzialmente più di due detenuti per cella, con gli imputati separati dai condannati.

 

Permangono le criticità legate al nuovo padiglione, sebbene si siano finalmente risolte le problematiche relative al malfunzionamento dell’impianto idraulico, che non ha fornito per diverso tempo l’acqua calda. Aperto circa un anno fa per migliorare le condizioni di sovraffollamento, il nuovo padiglione è più idoneo, con camere di pernottamento più ampie (ospitano quattro detenuti) e in regola con i parametri europei. Il controllo è garantito da un sistema di videosorveglianza esterno alla sezione, con l’intervento del personale a chiamata del detenuto, attraverso un citofono, ovvero quando se ne ravvisi l’opportunità. Nel nuovo padiglione sono presenti circa 200 reclusi “comuni”, condannati in via definitiva, lì collocati con la speranza di poter svolgere attività lavorative. Molti di questi, infatti, hanno chiesto espressamente di essere trasferiti a Modena, auspicando che il progetto relativo all’offerta trattamentale del nuovo padiglione, con possibilità di partecipare a corsi di formazione e di espletare attività lavorative, potesse compiutamente dispiegarsi. Ma la Garante registra che la situazione è ben diversa.

 

Nonostante gli sforzi della Direzione, lavorano all’interno dell’Istituto 58 persone: 50 impegnati nei lavori domestici, per brevi periodi non continuativi, e per il disbrigo delle ordinarie occupazioni all’interno della struttura, e 8 nella tenuta agricola.

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