Le marce della morte

Gli ultimi mesi del Reich
Auschwitz, estate 1944. Fotografia scattata clandestinamente da un membro del Sonderkommando del Crematorio V. Un gruppo di donne, dopo essersi spogliato all’aperto, sta per entrare nella camera a gas.Il termine marce della morte designa i trasferimenti (a piedi su lunghe distanze, o in ferrovia, ma su vagoni scoperti, in pieno inverno) di migliaia di detenuti verso l’interno del Reich, nei primi mesi del 1945, man mano che gli eserciti alleati (primo fra tutti l’Armata Rossa) avanzavano nel cuore della Germania. La maggior parte di questi trasferimenti, dunque, avvenne in direzione est-ovest: ad esempio, da Auschwitz e Gross-Rosen, fino a Mauthausen, Buchenwald, Dachau, Ravensbrück, Bergen-Belsen, ecc. In un primo tempo, le marce ebbero una logica ed una propria razionalità: una delle finalità, ad esempio, fu di accumulare manodopera negli ultimi impianti industriali nascosti nelle montagne, ancora capaci di produrre i razzi con cui Hitler, fino all’ultimo, si illuse di ribaltare le sorti della guerra.

Con il passar del tempo, le marce assunsero una dinamica propria e pare che il loro unico scopo diventi quello di impedire la liberazione dei prigionieri. Coloro che non riuscivano a tenere il passo erano eliminati sul posto; in altri casi, donne e uomini trasferiti dai lager più ad est furono adibiti allo scavo di trincee anticarro, in pieno inverno, nel terreno gelato. Da questi esempi si intuisce che la mortalità fra i detenuti fu altissima: tra i 250 000 e i 375 000 morti, a seconda delle stime. Secondo alcuni studiosi (primo fra tutti D. J. Goldhagen) le marce della morte, negli ultimi mesi di guerra, divennero l’estremo strumento di sterminio cui i nazisti più radicali decisero di ricorrere, per spingere il più possibile avanti la soluzione finale.
La disobbedienza paradossale

L'episodio più interessante, fra quelli proposti da Goldhagen, riguarda il trasferimento di un contingente di donne ebree evacuate da Auschwitz: da Schlesiersee (un sottocampo di Gross-Rosen, in Bassa Slesia), approdarono a Helmbrechts (un sottocampo di Flossenbürg, in Alta Franconia) e infine a Prachatice, in Cecoslovacchia. Si trattò di una marcia del tutto priva di significato, visto che ormai gli eserciti alleati premevano ed incalzavano da ogni lato; i guardiani (e le guardiane) avrebbero potuto tranquillamente disertare, dal momento che l'apparato organizzativo (e punitivo) del Reich si era completamente disarticolato. Eppure, per quanto abbandonati a se stessi e senza una precisa destinazione, quei guardiani (come tanti altri) continuarono a far marciare le loro prigioniere, compiendo un'operazione che - come il lavoro, nella maggior parte dei campi - poteva avere come unico scopo lo sfinimento dei prigionieri e come sola conclusione la loro morte.

L'ultimo ordine superiore che quel gruppo di guardie in ritirata ricevette da una staffetta proveniente da Berlino fu una direttiva emanata personalmente da Himmler: desideroso di iniziare negoziati separati con gli americani, il comandante supremo delle SS comandava di rilasciare i prigionieri ebrei nei boschi e di non ucciderne più.

Paradossalmente, invece, questi guardiani commisero un reato di insubordinazione, pur di portare fino in fondo il loro compito di realizzatori dello sterminio. “Le marce della morte – conclude Goldhagen – non furono che la continuazione dell’opera iniziata nei campi di concentramento e di sterminio… Fino all’ultimo, i tedeschi comuni che perpetrarono l’Olocausto continuarono di propria volontà, con tutta la dedizione e lo zelo di cui erano capaci, a massacrare gli ebrei, anche quando loro stessi rischiavano la cattura; anche quando ebbero ricevuto nientemeno che da Himmler l’ordine di sospendere gli eccidi”.

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