La memoria di Filip Müller

Nelle sue memorie, Filip Müller ha descritto dettagliatamente le pire a cielo aperto che funzionarono soprattutto nell’estate 1944, nei pressi del Crematorio V. In pratica, si tratta di una dettagliato ed animato commento alle immagini scattate clandestinamente da Alex, a rischio della vita.

Alle prime luci dell’alba demmo fuoco alle fosse in cui avevamo ammucchiato circa duemilacinquecento corpi; due ore dopo erano irriconoscibili. Le fiamme incandescenti avvolgevano un’infinità di tronchi carbonizzati e disseccati… Contrariamente a quanto accadeva nei crematori, in cui il calore poteva essere mantenuto alto con l’aiuto dei ventilatori, nelle fosse, quando il materiale umano aveva ormai preso fuoco, la combustione poteva essere alimentata solo dall’aria che circolava tra i corpi. E siccome alla lunga il cumulo di corpi tendeva ad accartocciarsi se non giungeva aria dall’esterno, la squadra dei fuochisti di cui facevo parte doveva spargere di continuo olio, metanolo o grasso umano in ebollizione, raccolto nelle cisterne al fondo della fossa.

Con lunghe spatole di ferro ricurve all’estremità raccoglievamo dentro dei secchi il grasso bollente, proteggendoci le mani con dei mezzi guanti. Dopo aver rovesciato il grasso nella fossa, in ogni angolo, si alzavano dei getti di fiamme che sibilavano e crepitavano. Le volute di fumo oscuravano l’aria diffondendo un odore d’olio, di grasso, di benzolo e di carne bruciata. La squadra del giorno composta di circa centoquaranta detenuti lavorava nel settore dei crematori IV e V. Circa venticinque portatori di cadaveri erano occupati a evacuare i corpi dalle tre camere a gas del crematorio V e a trascinarli alle fosse…

Le sentinelle delle SS stavano nei posti di osservazione al di là del filo spinato, nel settore delle fosse… sembravano piuttosto turbate dallo spettacolo dantesco di cui erano testimoni e per molti era difficile sostenere la vista di queste terribili scene che si svolgevano sotto i loro occhi… Certi morti sembravano tornare in vita. Per effetto del calore intenso si torcevano, dando quasi l’impressione di soffrire mali intollerabili. Braccia e gambe si muovevano come in un film al rallentatore, i tronchi si raddrizzavano… L’intensità del fuoco era tale che i cadaveri erano divorati su ogni lato dalle fiamme. Sulla pelle si formavano delle vesciche, che scoppiavano una dopo l’altra. Quasi tutti i corpi ricoperti di grasso erano cosparsi di cicatrici nere dovute a bruciature. Per effetto del calore ardente, l’addome scoppiava in quasi tutti i morti, mentre la carne si consumava con intensi sibili e crepitii…

L’incinerazione era durata cinque o sei ore. Il residuo della combustione riempiva ormai solo un terzo della fossa. La superficie, di una tinta bianco-grigia fosforescente, era cosparsa di innumerevoli teschi umani. Non appena la superficie di questa massa di cenere si era raffreddata, gettavamo delle assi rivestite di lamiera nella fossa. Alcuni detenuti scendevano sul fondo e con delle pale buttavano fuori la cenere ancora calda. Erano equipaggiati con guanti e berretti di protezione; ciononostante erano spesso colpiti dalle particelle di cenere che, alzate dal vento, cadevano senza tregua e provocavano gravi ferite al volto e agli occhi. Ecco perché erano muniti di occhiali di protezione.

Dopo aver sbarazzato le fosse di tutti i residui, i resti venivano trasportati di corsa con carriole fino al deposito delle ceneri e venivano ammassati in mucchi dell’altezza di un uomo.

G. Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, Milano, Raffaello Cortina, 2005, pp. 23-24. Traduzione di D. Tarizzo

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