La punizione delle donne

Intervistata da Daniela Padoan tra il 20 gennaio 2002 e il 10 novembre 2003, Liliana Segre – che lavorava alla fabbrica Union – ricorda tra l’alto l’impiccagione delle ragazze che trafugarono esplosivo dall’industria e riuscirono a farlo avere agli uomini del Crematorio IV. Ala Gertner, Regina Szafirsztajn ed Estera Wajcblum erano operaie presso la fabbrica; Róza Robota, invece, lavorava in lager e svolse il ruolo di intermediario tra le donne e gli uomini della squadra speciale.

Hilberg racconta che furono quattro donne dell’officina Union a fornire gli esplosivi al Sonderkommando che il 7 ottobre 1944 riuscì a incendiare il Crematorio III [= IV – n.d.r.]. Le SS le scoprirono e furono impiccate pubblicamente dal comandante del campo Hössler.

Tornavo dal turno di giorno, insieme alle mie compagne. Andavamo dalla fabbrica al campo, e lungo la strada abbiamo incontrato quelle del turno di notte che andavano a prendere il nostro posto. Erano sconvolte, piangevano disperate, qualcuna si fermava a parlarci, preparatevi, vedrete una cosa terribile! E infatti, quando siamo arrivate nel piazzale di Auschwitz, abbiamo visto due forche stagliarsi contro la luce del crepuscolo. Era ancora giorno, anche se le giornate si stavano accorciando. Appese alle forche c’erano due ragazze che venivano impiccate da ore, lentissimamente, in modo che i corpi continuassero a fremere, per farle vedere a tutte noi della fabbrica Union.

Quando siamo arrivate ci hanno fatto mettere in ginocchio e il comandante del campo ha detto, guardate bene, perché questo è ciò che capita a chi fa del sabotaggio. Ci ha tenute lì parecchio tempo, a guardare. Proprio lì con noi c’era la sorella di una di queste due ragazze, anche lei obbligata a guardare. Il cielo era terso, era una giornata in cui non aveva piovuto; poi, man mano che calava la sera, le due forche vennero illuminate dalla luce dei fari. Quando finalmente siamo tornate nelle nostre casermette – perché ci avevano trasferito ad Auschwitz I e alloggiavamo in casermette, non più nelle baracche – ci diedero una razione supplementare, che veniva distribuita solo in circostanze speciali. Zulager, si chiamava, che vuol dire supplemento. Be’… l’abbiamo mangiata tutte.

Il pavimento della fabbrica era fatto di lastroni di cemento, e alcuni di questi lastroni si potevano sollevare, così molte ci nascondevano sotto delle cose che prendevano di nascosto, magari per poi barattarle al mercato nero. Era un sistema di cui i sorveglianti erano perfettamente a conoscenza, e infatti ogni tanto alzavano tutte queste pietre e trovavano un paio di zoccoli, uno straccio, un qualche arnese… Durante una di queste ispezioni, in un punto più nascosto dell’impiantito, hanno trovato delle cassette di polvere. Ricordo molto bene com’erano, queste cassette, perché le vedevamo scaricare. Contenevano la polvere da sparo che poi veniva infilata nei bossoli delle mitragliatrici, in un reparto speciale in cui lavoravano in poche, vietatissimo, il Pulverraum. Là c’erano delle macchine che riempivano i bossoli vuoti che producevamo nel mio reparto. Queste ragazze sono state eroiche. Io ne ho viste due; non sapevo che fossero quattro, ma se lo dice Hilberg [= Raul Hilberg, storico americano autore di una monumentale ricostruzione della Shoahn.d.r.] sarà di certo così. Erano polacche. La sorella della ragazza che lavorava con me avrà avuto diciassette anni.

D. Padoan, Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Milano, Bompiani, 2004, pp. 33-34

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