Interviste e dibattiti

Nel 1998, il giornalista americano Ron Rosenbaum pubblicò un denso volume in cui raccolse le interviste che aveva compiuto a numerosi intellettuali (storici, filosofi, registi…) che per svariati motivi si erano occupati di Hitler e della Shoah. Tra gli altri, furono intervistati anche lo storico israeliano Yehuda Bauer, uno dei più prestigiosi studiosi del genocidio ebraico, ed Emil Fackenheim. Mentre lo storico espresse il proprio ateismo disperato, Fackenheim arrivò ad affermare l’esistenza – dopo Ausschwitz - di un nuovo precetto ebraico, da aggiungere ai 613 già presenti nella Torah.

Sulla natura malefica di Hitler Bauer non ha dubbi: Hitler è “quel che definirei il male quasi estremo”. L’idea di un male quasi estremo servì da ponte alle stupefacenti, addirittura traumatiche osservazioni di Bauer su Dio. Per essere uno che non crede all’esistenza di Dio – mi aveva detto di essere ateo -, Bauer ha una serie di opinioni piuttosto solide su come dovrebbe essere se ci fosse. […] “In nessun modo Dio può essere al tempo stesso onnipotente e giusto; o è onnipotente, o è giusto. Perché, se è onnipotente, è Satana; se è giusto, è un nebbish [= termine yiddish che significa poveraccio, miserabilen.d.r.].

Dio come Satana? Di rado mi era capitato di incontrare una formulazione altrettanto radicale del problema della todicea (il tentativo di conciliare con la permanenza del male l’esistenza di un Dio che si presume amoroso e giusto). Volendo esporre per esteso i postulati impliciti nel sintetico sillogismo “Dio come Satana o come nebbish”, ecco che cosa intende dire Bauer: un Dio onnipotente che sia giusto e amoroso non avrebbe permesso, per nessuna ragione, in nome di nessun presunto piano, che sei milioni di innocenti fossero massacrati. Se è onnipotente, sarebbe potuto intervenire (così come, nella Bibbia, è intervenuto in tante occasioni in cui il rischio era minore), e se è giusto, sarebbe voluto intervenire. Se è onnipotente e ha permesso che il male quasi estremo prevalesse, che un milione di bambini fossero massacrati, praticamente sotto gli occhi dei genitori, senza intervenire, tanto vale che sia Satana. Il che ci conduce al secondo elemento del sillogismo: se Dio è giusto non può essere troppo potente, perché se è giusto vorrebbe intervenire, ma non ha potere sufficiente a cambiare la situazione: è un Dio pieno di buone intenzioni, ma che ci impressiona ben poco.

“Un nebbish?”.

“Be’, sa, un poveraccio che dev'essere sostenuto […]. Di un Dio così, non so che farmene. Che razza di Dio è: non è un essere onnipotente, però è onnipresente?”. L’ultima frase su un Dio “onnipresente” alludeva alla tormentata argomentazione proposta da Emil Fackenheim per spiegare come mai ad Auschwitz fosse assente quella che lo stesso Fackenheim chiama “la voce autorevole di Dio”. Fackenheim avrebbe voluto trovare una qualche presenza di Dio nei campi di sterminio, anche soltanto una presenza silenziosa, di testimone. Ma Bauer non sopporta più un Dio che si limita a soffrire in silenzio insieme con le vittime: “Quando è lì, piange... già, ma mi serve a poco. È del tutto superfluo. In una simile concezione non c'è più qualcuno da pregare”. […]

Elie Wiesel è famoso per un’immagine impressionante di quella che si potrebbe chiamare l’esecuzione capitale di Dio. Per aver descritto, in La notte, lo spettacolo orribile di u ragazzo impiccato dalle guardie del campo di sterminio, e per aver gridato che, per lui, il ragazzo appeso a quel cappio era Dio: Dio che ormai, per lui, era morto. (In un saggio scritto per lo Yom Kippur del 1997, Wieseldice che dopo mezzo secolo vuole “far pace” con il Dio abbandonato su quella forca, sebbe “Auschwitz deve per sempre restare, e sempre resterà, un punto interrogativo” che nessuna “risposta teologica” ha ancora spiegato.)

Fackenheim vuole far scendere Dio da quella forca. La sua visione di un Dio che nei campi di sterminio non era una presenza “autorevole”, bensì silenziosa, è alquanto più complessa di come la vedeva Yehuda Bauer nella sua descrizione caricaturale di “un Dio che è presente e piange insieme a te”. Piuttosto, Fackenheim recupera la presenza di Dio nei gesti di eroismo, tenacia, amore e fede manifestati dai prigionieri del campo messi di fronte al male radicale. E questa, secondo la sua definizione, è la voce autorevole di Auschwitz, la voce che proibisce vittorie postume a Hitler.

Tuttavia, lo stesso Fackenheim non sostiene la tesi che questo concetto di una presenza silenziosa risolva il mistero del ritiro di Dio nel silenzio quando coloro che lo pregavano erano esposti al pericolo estremo. Solo che per Fackenheim l’alternativa è intollerabile. Non tanto perché vorrebbe dire accettare il sillogismo di Bauer, secondo cui Dio o è Satana, o è un nebbish, quanto perché una simile accettazione, quel rifiuto o liquidazione di Dio da parte degli ebrei, sarebbe in effetti comandato da Adolf Hitler e gli darebbe da morto quella vittoria definitiva sugli ebrei che da vivo gli era stata negata. Uno sterminio della fede più completo dello sterminio dei credenti. Secondo Fackenheim, ne sono convinto, cedere alla logica spoglia del sillogismo di Yehuda Bauer – se Dio è onnipotente, ha permesso che l’Olocausto accadesse, dunque l’ha causato – significa fare di Dio Hitler o di Hitler Dio.

La ribellione di Fackenheim contro questa scelta impossibile, che porta in un vicolo cieco, la ribellione contro l’idea che sia Hitler a prescrivere quel che gli ebrei devono pensare di Dio lo ha indotto appunto a concepire il suo seicentoquattordicesimo precetto. […] Per quanto io respinga tutte le consolazioni e le razionalizzazioni con le quali la teodicea cerca di spiegare Hitler, io mi rifiuto di concedere a Hitler il potere, mi rifiuto di permettere a Hitler di essere il catalizzatore, la ragione decisiva del mio rifiuto di quel Dio con il quale per tremila anni i miei avi hanno vissuto e per il quale sono morti, nella buona e nella cattiva sorte. Rifiutate Dio per qualsiasi altra cosa: perché non esiste, per il suo silenzio, per la sua morte, ma non per Hitler: non concedete a Hitler questo potere, questa vittoria postuma.

R. Rosenbaum, Il mistero Hitler , Milano, Mondadori, 1999, pp. 387-389 e 404-407. Traduzione di T. Gargiulo

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