Il concetto di Dio dopo Auschwitz

Opere letterarie e teatrali
Auschwitz, 194. Il Crematori IV in una foto scattata dalle SS.Diversi scrittori ebrei, dopo la guerra, ripresero il lancinante problema del mancato intervento di Dio a favore del suo popolo sterminato e, più in generale, del rapporto di Israele col suo Signore, dopo la traumatizzante esperienza della Shoah. Tra i primi a prendere la parola vi fu Zvi Kolitz, un giornalista che nacque in Lituania nel 1919, emigrò nel 1937 in Palestina e aderì al sionismo nella sua corrente più radicale ed estremista, guidata da Vladimir Ze’ev Jabotinskij. Nel 1946, mentre era in Argentina in cerca di sostegno politico per la causa del futuro stato ebraico, Zvi Kolitz pubblicò un breve racconto, ambientato durante l’insurrezione del ghetto di Varsavia. A causa della sua forza espressiva, per un certo tempo il testo fu considerato autentico, cioè effettivamente composto a Varsavia, da un combattente, durante la primavera del 1943. Il tratto più tipico del racconto di Zvi Kolitz è la tenacia, la determinazione con cui il protagonista si dichiara disponibile a restare legato ai tradizionali precetti ebraici, malgrado le prove cui Israele è stato sottoposto: quasi che Dio avesse fatto di tutto per spingere gli ebrei a non credere più in Lui.

Assai più dura e amara la riflessione di Elie Wiesel, che tornò sul tema dell’incomprensibile comportamento di Dio in un terribile testo teatrale intitolato Il processo di Shamgorod. Il dramma è ambientato in un villaggio della Polonia (Shamgorod, appunto), nel 1628: un anno terribile, per gli ebrei polacchi, in quanto i cosacchi scatenarono contro di loro una terribile ondata di massacri. Inorriditi da quanto accaduto, un gruppo di superstiti decide di processare Dio, a difesa del quale solo Satana osa presentarsi, nel ruolo di avvocato.
La riflessione teologica

La meditazione propriamente filosofica e teologica vide coinvolti numerosi intellettuali, tra cui ricordiamo solo Emil Fackenheim ed Hans Jonas. Il primo non condannava affatto l’eventuale scelta di ateismo compiuta da un individuo: però, esortava gli ebrei a non perdere la fede per colpa di Auschwitz. Fackenheim mise in evidenza come tutte le spiegazioni elaborate in precedenza per giustificare la sofferenza di Israele risultassero del tutto inadeguate: non si andava molto lontano ricorrendo a concetti come punizione del peccato (la pena, infatti, era tragicamente sproporzionata) o martirio (visto che i nazisti uccisero tutti gli ebrei senza distinzione, compresi gli atei e i convertiti). Tuttavia, per Fackenheim, questa vera e propria paralisi dell’interpretazione non doveva spingere ad abbandonare la fede tradizionale: un’eventuale scomparsa della religione ebraica a seguito della Shoah sarebbe stata una clamorosa vittoria postuma di Hitler, un successo che non gli andava in alcun modo concesso.

Jonas dal canto suo, in una celebre conferenza del 1984, intitolata Il concetto di Dio dopo Auschwitz, pose il problema in termini a un tempo più speculativi e più rigorosi. A suo giudizio, in Dio, i tre attributi della bontà , della onnipotenza e della comprensibilità non possono in alcun modo coesistere. Secondo Jonas, dopo Auschwitz, un Dio che venga proclamato come buono e onnipotente è del tutto incomprensibile all’uomo; a maggior ragione, un Dio che sia considerato onnipotente e comprensibile nel suo agire, non può essere valutato come buono. A questo punto, per evitare un rifiuto totale di Dio, delle tre categorie appena citate occorre rifiutare l’onnipotenza: “Dio non intervenne, non perché non lo volle, ma perché non fu in grado di farlo”, in quanto per un’epoca determinata – l’epoca del processo cosmico – Dio “ha abdicato ad ogni potere di intervento nel corso fisico del mondo”. Dopo Auschwitz, secondo Hans Jonas, parlare di onnipotenza di Dio è del tutto impossibile.

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