Il concetto di Dio dopo Auschwitz

Nato nel 1903, Hans Jonas studiò teologia e filosofia in Germania con Husserl, Heidegger e Bultmann. Emigrò nel 1933 e quindi riuscì ad evitare la Shoah, che invece travolse sua madre. Famoso per i suoi studi sullo gnosticismo e per i suoi trattati di etica, Jonas tenne la conferenza Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica a Tubinga, nel 1984. In quella circostanza, Jonas avanzò provocatoriamente la proposta di cancellare l’onnipotenza dagli attributi di Dio, pena la rinuncia alla Sua bontà ed alla comprensibilità del Suo agire nel mondo e nella storia.

La onnipotenza divina può coesistere con la bontà assoluta di Dio solo al prezzo di una totale non comprensibilità di Dio, cioè dell'accezione di Dio come mistero assoluto. Di fronte all'esistenza nel mondo del male morale o anche solo del male meramente fisico, dovremmo sacrificare la comprensibilità di Dio alla coesistenza in lui degli altri due attributi. Solo di un Dio totalmente incomprensibile si può affermare che è assolutamente buono e cooriginariamente assolutamente onnipotente e che, nonostante ciò, sopporta il mondo così com'è. Più in generale, i tre attributi in questione - bontà assoluta, potenza assoluta e comprensibilità - sono fra loro in rapporto tale che ogni relazione tra due di loro esclude il terzo. Questo è allora il problema vero: quali sono i due concetti veramente irrinunciabili, fondamentali per il nostro concetto di Dio e quale è il terzo che deve essere escluso?

Certo la bontà, cioè la volontà del Bene, è inseparabile dal nostro concetto di Dio e non può sottostare a nessuna limitazione. La comprensibilità o la conoscibilità che è doppiamente condizionata, dall'essenza di Dio e dalla limitatezza umana, è, in ultima analisi, certamente un attributo limitato, tuttavia non può essere in nessun modo negata. Il Deus absconditus, il Dio nascosto (per non parlare del Dio assurdo) è un concetto del tutto estraneo all'ebraismo. La nostra dottrina, la Thora, si fonda sul presupposto che noi possiamo conoscere Dio, ovviamente non in modo perfetto, ma limitato: che noi conosciamo cioè qualcosa di lui, del suo volere, delle sue intenzioni e della sua essenza, dal momento che egli stesso ce lo ha rivelato. Ci fu la Rivelazione, possediamo i suoi comandamenti e la sua legge, a molti - i suoi profeti - egli si rivolse direttamente, affinché trasmettessero la sua parola a tutti nel linguaggio degli uomini e del tempo; egli ha parlato ricorrendo a questo mezzo imperfetto, non si è chiuso perciò in un impenetrabile mistero. Il concetto di un Dio totalmente nascosto è conseguentemente inammissibile per la fede ebraica.

Ma certamente Dio dovrebbe essere incomprensibile se con la bontà assoluta gli venisse attribuita anche l'onnipotenza. Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile (nel governo del mondo in cui noi unicamente siamo in condizione di comprenderla). [...]

Di fronte alle cose veramente inaudite che, nel creato, alcune creature fatte a sua somiglianza, hanno fatto ad altre creature innocenti, ci si dovrebbe aspettare che il Dio, somma bontà, [...] intervenga con un miracolo di salvezza. Ma questo miracolo non c'è stato; durante gli anni in cui si scatenò la furia di Auschwitz Dio restò muto. [...] Dio tacque. Ed ora aggiungo: non intervenne, non perché non lo volle, ma perché non fu in condizione di farlo. Per ragioni che in modo decisivo derivano dall'esperienza contemporanea, propongo quindi l'idea di un Dio che per un'epoca determinata - l'epoca del processo cosmico - ha abdicato ad ogni potere di intervento nel corso fisico del mondo. [...] La creazione fu l'atto di assoluta sovranità, con cui la Divinità ha consentito a non essere più, per lungo tempo, assoluta - una opzione radicale a tutto vantaggio dell'esistenza di un essere finito capace di autodeterminare sè stesso - un atto infine dell'autoalienazione divina.

H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, Genova, Il Melangolo, 1989, pp. 33-37. Traduzione di C. Angelino

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