I Sonderkommando nel 1944

L'arrivo degli ebrei ungheresi
Auschwitz, 1943. Le cinque batterie di forni del Crematorio II (o del Crematorio III) ormai completate.Nella storia del campo di Auschwitz II-Birkenau, l’arrivo in massa degli ebrei ungheresi (dal maggio 1944) significò in tutti gli ambiti mutamenti e novità significative. Mentre le operazioni di selezione erano spostate all’interno del lager, anche il Sonderkommando venne decisamente rinforzato, per far fronte alle nuove esigenze. L’afflusso di vittime, inoltre, era talmente elevato, che oltre ai quattro grandi crematori venne rimesso in funzione anche il cosiddetto Bunker II, la piccola camera a gas ricavata in una casa colonica situata nei pressi del lager.

Al Sonderkommando venne aggiunto un centinaio di giovani ebrei greci. Con loro, nell’estate 1944, la squadra speciale raggiunse i 900 membri (200 di essi, però, furono uccisi il 23 settembre 1944, quando l’azione ungherese stava perdendo di intensità). Gli uomini del Sonderkommando lavoravano in due turni, cosicché i crematori funzionavano giorno e notte, senza alcuna interruzione. Inoltre, mentre inizialmente la squadra speciale era alloggiata in blocchi particolari, ben separati da quelli degli altri detenuti, ma comunque posti all’interno del campo, nell’estate del 1944 il Sonderkommando alloggiò in camerate ricavate all’interno degli stessi crematori (nei Crematori II e III, ad esempio, i membri delle squadre alloggiavano nel sottotetto).
Un mondo complesso, impossibile da giudicare

A proposito degli uomini del Sonderkommando, che praticamente nessuno dei prigionieri normali poteva incontrare, circolavano nel lager le voci più disparate, che li dipingevano come dei mostri, delle carogne, dei depravati. Persino un intellettuale sensibile come Primo Levi, nel suo I sommersi e i salvati, è poco generoso nei loro confronti, chiamandoli corvi del crematorio e schiavi abbrutiti dall’alcool e dalla strage quotidiana. E anche se, alla fine del fosco quadro che di loro ha disegnato, esorta a meditare la loro storia “con pietà e rigore”, sospendendo ogni giudizio (troppo facile da formulare, a posteriori), Levi li colloca senza troppe distinzioni nell’ambigua zona grigia dei collaboratori che hanno permesso ai nazisti di far funzionare il lager. Prima di lui, anche un’ex detenuta polacca, Helena Rajner, nei primi anni Sessanta aveva espresso un giudizio simile: “In fondo, che differenza c’è tra percuotere con i bastoni, gettare i morti nei forni o strappare i denti con le tenaglie?”.

In realtà, la situazione era molto più complessa. Infatti, a fronte di individui che – effettivamente – si trasformarono in soggetti induriti, insensibili, del tutto assuefatti al lavoro che permetteva loro di sopravvivere, molti altri vissero con angoscia l’esperienza traumatica in cui si trovarono coinvolti da un giorno all’altro. Alcuni di costoro diedero voce ai loro pensieri e ai loro tormenti scrivendo testi di diverso genere, chiusi poi in gavette e altri contenitori seppelliti nel terreno circostante i crematori. Dalla lettura di questi testi emerge un ventaglio di sentimenti e di comportamenti molto più ricco ed articolato, rispetto a quello che avevano fornito i primi sopravvissuti, che raramente avevano conosciuto di persona qualcuno del Sonderkommando. Come Krystyna Zywulska, un’ebrea polacca che lavorava nel Kanada (il quartiere delle baracche-magazzino in cui erano ammassati i beni rapinati agli ebrei), che un giorno si sentì chiedere a bruciapelo da un giovane che l’aveva avvicinata: “Credi che quelli del Sonderkommando siano tutti delle carogne? Ti giuro che sono come gli altri, ma molto più infelici”.

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