Una preoccupazione globale: l'agflazione

L'agflazione, ovvero l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, e le sue conseguenze nel mondo

granoSecondo il Centre for Global Develpment di Washington a causa del vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari - definito agflazione - che si è verificato negli ultimi anni, milioni di persone in tutto il mondo rischiano di cadere nuovamente sotto la soglia della povertà. L’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone che soffre la fame entro il 2015 pare quindi ormai lontano. Eppure qualcosa si può ancora fare.

Cos’è l’agflazione - L’agflazione è la crescita dei prezzi dei prodotti alimentari. E’ un fenomeno globale che si è caratterizzato poco tempo fa raggiungendo le sue punte estreme nel 2007. La crescita dei prezzi dei prodotti alimentari è stata accompagnata da una costante crescita del livello dei prezzi dei prodotti energetici sin dal 2002. Da quell’anno fino al 2007 la crescita media dei prodotti agricoli è stata del 35% toccando negli ultimi 12 mesi punte del 50%. Il costo del riso è arrivato addirittura ad aumentare del 70%, quello della soia del 90% e quello del grano del 130%. Le cause sono molteplici: l’aumento della domanda dei paesi emergenti, l’utilizzo di prodotti agricoli a fini energetici, l’aumento dei costi di trasporto e di nolo, la contrazione dell’offerta per cause climatiche e come conseguenza di politiche agricole pregresse.

Le cause - La crescita del livello di benessere di alcune aree come la Cina e l’India ha determinato una variazione dei consumi alimentari con un aumento della richiesta di carne per milioni di persone. Tenendo conto che per produrre 100 calorie di carne si impiegano 700 calorie di mangimi, tali variazioni hanno creato una crescita vorticosa della domanda di mangimi. Se si aggiunge a ciò anche il fatto che la filiera alimentare impiega molta energia per far arrivare il prodotto finito al consumatore, l´incremento esponenziale del prezzo del petrolio è da considerare come evidente concausa dell’emersione del fenomeno. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari è anche dovuto al crescente interesse di alcuni speculatori finanziari che si sono rivolti a questo mercato abbandonando quello più incerto dei servizi finanziari e degli immobili.
Se si considera poi che il 2007 è stato un anno di grande siccità in tutta Europa, dalla Francia ai Paesi Scandinavi, dai Paesi dell’Est alla Russia (toccando recentemente anche l’Australia, secondo esportatore mondiale di grano), si comprende il perché all’inizio del 2008 le scorte di cereali fossero fra le più basse degli ultimi 60 anni alla cui penuria si è aggiunta un’analoga situazione per il riso, la soia ed il foraggio per gli animali.
La preferenza mostrata da una serie di paesi di colmare il deficit agricolo con le importazioni si è rivelata efficiente per i singoli Stati ma non per il mondo nel suo complesso, visti gli eccessi di domanda.
Infine la scelta dell’amministrazione USA, a fronte dell’aumento del prezzo del petrolio, di consentire la destinazione di sussidi agricoli per la produzione di biocarburanti ha fatto sì che 1/3 del mais americano venga ormai destinato a tale scopo e sottratto ad usi alimentari.

Le conseguenze dell’agflazione - I paesi esportatori traggono vantaggio da questa situazione mentre gli importatori netti sono penalizzati. In tutto il mondo l’agflazione colpisce le classi sociali più povere il cui reddito è speso in maggior misura per i beni alimentari. Le più gravi conseguenze sono provocate negli 82 paesi poveri importatori netti di prodotti alimentari (Low Income Food Deficit Countries). In una situazione ancora peggiore si trovano i 22 paesi che importano prodotti alimentari ed energetici, per la maggior parte appartenenti all’area sub-sahariana, il cui costo delle importazioni di alimenti ed energia è aumentato del 50%. Le conseguenze sociali di questa penuria alimentare hanno costretto determinati paesi a modificare il loro regime daziario. Alcuni hanno ridotto o eliminato i dazi alle importazioni di specifici prodotti (India, Messico, Marocco, Indonesia), altri hanno imposto dazi all’export (Cina, Argentina, Pakistan) o il controllo interno dei prezzi (Cameroun, Ecuador, Perù), altri ancora hanno bloccato addirittura le esportazioni. In particolare il blocco dell’esportazione del riso basmati adottato dall’India (secondo produttore mondiale di riso) cui ha fatto seguito poco dopo la Thailandia (primo produttore mondiale di riso) ed il Vietnam ha determinato un brusco incremento del prezzo di questo prodotto (alimento base di 1 miliardo di persone) che ad avviso del Centre for Global Development di Washington rischierebbe di far precipitare 100 milioni di persone nuovamente sotto la soglia di povertà vanificando gli ultimi 7 anni di lavoro efficace che in tal senso aveva prodotto la Banca Mondiale.
I primi esiti si possono scorgere nelle Filippine. Il paese ha fatto un’elevatissima domanda di riso basmati nel 2007 che è stata soddisfatta solo per il 63% del totale spingendo in alto il prezzo complessivo, in una sola settimana, addirittura del 30%. In questa nazione il 30% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (stabilita dal governo per una famiglia di 5 persone a 149 dollari al mese di reddito percepito) e sta cominciando a diventare endemica la pratica della raccolta di rifiuti nelle discariche del Paese mescolati e cucinati nuovamente per soddisfare l’esigenza di sfamarsi. Il cosiddetto pag-pag, intruglio disumano che potrebbe causare l’emersione di malattie infettive pericolosissime, ormai non interessa più soltanto i ceti più poveri ma coinvolge nuovamente anche l’arcipelago delle classi intermedie della popolazione risucchiate nel cono d’ombra di una povertà dalla quale pensavano di essersi definitivamente affrancate.

L’indifferenza degli altri Paesi - Intanto i "grandi" della terra sembra che stiano a guardare. Dal 2005 ad oggi si è verificata una riduzione in valore assoluto degli aiuti ai paesi poveri tanto nella zona Euro quanto in Giappone e negli Stati Uniti. Se Germania e Spagna si sono comportate in modo virtuoso, per Francia ed Italia non si può dire altrettanto. L’Italia addirittura veste la maglia nera in questa speciale graduatoria perché non soltanto rischia di disattendere gli impegni assunti di elevare allo 0,56% del PIL nel 2010 e allo 0,70% nel 2015 gli aiuti ai paesi poveri, ma ha anche diminuito la quota degli stessi dallo 0,29% del PIL nel 2004 all’attuale 0,17%. L’ONU ha richiesto 500 milioni di dollari per affrontare il problema dell’attuazione del programma alimentare mondiale, ma viste le cifre impietose ed il comportamento adottato dai paesi più ricchi sembra ormai più che accreditata l’ipotesi del rischio di fallimento dell’obiettivo di dimezzare la percentuale di popolazione mondiale che soffre la fame, vivendo al di sotto della soglia di povertà, per il 2015. Si tratta di circa 1 miliardo di persone che vive con meno di 1 dollaro al giorno.
Alcune note positive, seppur marginali, si possono segnalare. Le prospettive immediate per i raccolti in Russia ed in Europa sono infatti confortanti. Tuttavia l’escalation inattesa al rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari non sembra possa arrestarsi per il 2008-2009, le cui stime secondo gli analisti economici, purtroppo, sono sempre previste in aumento. Le stesse analisi dimostrano come solo dal 2010 e fino al 2015 si potrà assistere ad un calo del livello dei prezzi che però per quella data avranno comunque valori più alti di quelli registrati nel 2004.

Possibili soluzioni - Solo un’azione congiunta su più fronti potrà efficacemente contrastare questo drammatico fenomeno. E’ sempre il Centre for Global Development ad indicare le soluzioni del problema. Nel settore agricolo segnala:

  • Aumento della produzione agricola con una maggiore estensione di terre destinate alla coltivazione.
  • Freno per UE e Stati Uniti alla possibilità di destinare terreni, utilizzabili per le colture, per la produzione di biocarburanti.
  • Eliminazione tanto nell’UE quanto negli Stati Uniti dei sussidi per la produzione di biocarburanti.
  • Favorire l’impiego di nuove tecnologie per l’agricoltura evitando l’esclusione a priori di colture OGM”) .
  • Per Cina, India, Thailandia e Vietnam l’attuazione di politiche cooperative di apertura dei rispettivi mercati per l’importazione e l’esportazione di riso.
  • Per questi paesi l’attesa stabilizzazione dei prezzi che ne dovrebbe conseguire dovrebbe essere accompagnata dall’adozione di politiche agricole comuni di lungo periodo.

Su altri fronti invece il Centre for Global Development esorta a:

  • Stimolare la politica della concorrenza riducendo la lunghezza della filiera alimentare con diffusione della distribuzione privata o cooperativa (commercio equo-solidale).
  • Adottare sussidi per i consumatori più indigenti impiegando lo strumento della redistribuzione fiscale.
  • Attuare rivendicazioni sindacali che mirino a richiedere per le fasce sociali più vulnerabili, minacciate dall’innalzamento del costo della vita, misure di tutela dei redditi.
  • Controllare la politica dei prezzi limitandosi esclusivamente ad un’opera vigile di monitoraggio e di informazione circa i luoghi dove possano trovarsi i prodotti più a buon mercato.

 

Carlo Diana - maggio 2008

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