Alla fiera dell’est, per due soldi...

Le sanzioni previste dall'UE per sconfiggere la clandestinità

FavaNei cantieri edili del nord, nelle campagne assolate del sud, nei ristoranti e negli alberghi dove passiamo le vacanze: promuovere i diritti di immigrati irregolari, punire chi li sfrutta, arginare il lavoro nero. L’offensiva dell’Unione europea al caporalato e allo sfruttamento.

La Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo ha approvato il 4 novembre la relazione di Claudio Fava (PSE) sulle sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente nell´UE. L’agenda del Parlamento europeo prevede l’approvazione definitiva della direttiva “sanzioni” in dicembre per poi passare al vaglio del Consiglio.
Non è un caso che l’attività legislativa comunitaria in tema di immigrazione abbia subìto un’accelerata così vibrante negli ultimi mesi: l’approvazione a giugno della direttiva “rimpatri” e recentemente della blue card, infatti, gratificano gli sforzi della Presidenza francese di turno dell’Unione europea, che proprio dell’immigrazione aveva fatto una priorità del proprio programma di lavoro semestrale.
L’urgenza di colmare il vuoto normativo in tema di sfruttamento di “manodopera clandestina” riflette gli sforzi messi in atto dall´Unione europea per elaborare una politica globale sull´immigrazione (legale e non). “Lo scopo principale di questa direttiva è quello di fermare lo sfruttamento degli immigrati illegali- dice Fava - e non di causare l’effetto secondario di ridurre le possibilità di un extracomunitario di trovare lavoro”.
La riflessione normativa in questione parte dalle stime della Commissione europea sui flussi migratori: ogni anno arrivano in Europa fra i 3.5 e 8 milioni di migranti irregolari in cerca di lavoro, spesso ignari della realtà economico-produttiva del Pease che li accoglierà. “La possibilità di trovare lavoro attira molte persone nell´UE – spiega Franco Frattini ex-commissario responsabile del portafoglio giustizia e promotore della direttiva nel maggio 2007 - ma il sogno può diventare una dura realtà di sfruttamento, con condizioni vicine alla schiavitù, come l´assenza totale di protezione nei cantieri edili o nell´uso di pesticidi pericolosi, o orari di lavoro di 12-16 ore al giorno, a volte per appena 30 euro”.

Di cosa si tratta - La direttiva prevede un regime armonizzato di sanzioni minime contro quei datori di lavoro, privati o imprese, che danno lavoro a cittadini extracomuniari irregolari, alimentando lavoro nero, sfruttamento, evasione fiscale. "E´ il primo passo per combattere concretamente il caporalato in Europa" - secondo Fava. La novità rispetto alle normative nazionali vigenti in materia, infatti, consiste nell’obbligo per ogni Stato Membro di ispezionare almeno il 10% delle aziende regolarmente operanti sul territorio nazionale e, qualora fossero riscontrate delle irregolarità, dovrà sanzionare i datori di lavoro che impiegano manodopera irregolare.
Le sanzioni previste sono di due tipi: amministrative e penali, a determinate condizioni.
Le sanzioni minime di tipo amministrativo prevedono il costo del rimpatrio del lavoratore, il pagamento dei salari equiparati a condizioni legali di lavoro, altre misure amministrative del caso, quali la perdita di sgravi fiscali o sussidi nazionali o europei e l’esclusione da appalti pubblici sino a 5 anni. Inoltre l’imprenditore dovrà versare i contributi sociali evasi grazie all’impiego di lavoratori non dichiarati. Un importante emendamento del rapporteur della direttiva – L’On.Claudio Fava – prevede che il rimpatrio sia sospeso fino a quando il lavoratore non abbia ricevuto tutti gli arretrati che gli spettano. Infine, sono previste delle clausole attenuanti, escluse per i casi di sfruttamento, per chi impiega irregolari per le faccende domestiche o familiari.
Le sanzioni penali, invece, verranno applicate nei casi di infrazioni recidive (3 volte in 2 anni), qualora un imprenditore impieghi un elevato numero di lavoratori extracomunitari illegali e se le autorità rilevino effetive condizioni lavorative di sfruttamento; ancora, se il datore di lavoro, pur consapevole di impiegare un clandestino vittima del traffico di persone o ad un minorenne.
E proprio le sanzioni penali hanno creato un acceso dibattito fra gli Stati membri, che si sono schierati su due posizioni ben distanti e che riflettono anche, non casualmente, due antipodi geografici: i paesi del nord-est europeo da una parte, Germania, Svezia, Finlandia, Olanda, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca - e tutti gli altri Stati che appoggiano la proposta della presidenza francese dall´altra. Dal fronte del no è il ministro svedese Tobias Billstrom a spiegare che "non esiste una competenza comunitaria in materia di diritto penale", aggiungendo anche che "per le ispezioni la competenza deve essere lasciata a ciascun Stato membro".
Uno dei punti centrali della direttiva “sanzioni”, e che ha determinato il voto negativo del gruppo della sinistra parlamentare, riguarda le ipotesi di emersione di fenomeni di impiego di immigrati irregolari per denuncia più che come risultato delle ispezioni (art. 14). All’immigrato irregolare che denuncia il suo datore di lavoro non verranno automaticamente riconosciute clausole di premialità, come la concessione di un permesso di soggiorno o un contratto di lavoro. Il permesso di soggiorno che verrà rilasciato a chi collabora con le autorità per smascherare i datori di lavoro, infatti, sarà solo temporaneo e destinato ad espletare le procedure burocratiche prima di rientrare nel paese d’origine. E questa timidezza normativa non solo ostacola la promozione di una cultura di legalità fra gli immigrati, ma apre scenari incerti: se si assume che un immigrato irregolare presti la propria manodopera sottopagato o sfruttato, evidentemente a causa di precarie condizioni economiche di partenza, è verosimile che arrivi a denunciare spontaneamente, sapendo di non avere prospettive di sabilizzazione in Europa? D’altra parte, la direttiva “sanzioni” riconosce ad associazioni, ONG e sindacati la possibilità di assistere in anonimato i lavoratori nell’iter della denuncia, senza cadere nelle ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

E quindi? - La zelante produzione normativa del Parlamento in materia di immigrazione, nonostante sia il frutto di una convergenza trasversale di interessi comuni, ha inevitabilmente portato alla luce molte conflittualità sia di tipo inter-istituzionale con il Consiglio (che rappresenta gli interessi degli Stati membri e co-legislatore in materia), sia fra gruppi politici in seno al Parlamento. In particolare, la direttiva “sanzioni” ha confermato quanto sia delicato il tema dell’immigrazione per gli Stati membri.
L’Unione europea con questa direttiva estende alcuni dei diritti fondamentali agli immigrati irregolari, e allo stesso tempo ci ricorda che la crisi economica, la stagnazione produttiva, la difficoltà di certi imprenditori, o la furbizia di altri, non sono giustificazioni accettabili alla violazione della dignità del lavoro, in una società che si pretende moderna, dignitosa e concorrenzialmente onesta. La direttiva “sanzioni” riflette anche le due anime della politica europea dell’immigrazione: da un parte la lotta all’immigrazione clandestina come caposaldo di una strategia ordinata e programmata dello sviluppo economico-demografico dell’Unione. La presente proposta, infatti, intende ridurre i flussi di immigrazione verso l’Europa, in considerazione del fattore di richiamo che il lavoro nero esercita su chi cerca facili guadagni. Dall’altra l’estensione dei diritti fondamentali garantiti ai cittadini europei anche ai migranti, e la sublimazione del lavoro come fattore di emersione sociale e di affermazione dell’individuo, come del resto l’art. 1 della nostra Costituzione ci ricorda.
Anche se lo spirito della commissione parlamentare sembra ispirarsi a delle misure che “penalizzino i datori di lavoro ma non i lavoratori”, come dice il comunicato stampa del Parlamento europeo, in realtà sembra difficile fare una previsione degli effetti positivi della direttiva “sanzioni” proprio per la natura poco coraggiosa di alcuni suoi punti. Per esempio, l’onere della prova è a carico del datore di lavoro, e questo apre spiragli di dubbia efficienza nella sanzione effetiva del “caporale”. In secondo luogo, la direttiva avrebbe delle potenzialità come strumento di emersione del lavoro nero degli immigrati, ma data la discrezionalità degli Stati membri in materia di concessione di permessi di lavoro, resta incerta la stabilizzazione lavorativa dei soggetti interessati.
Infine, le ispezioni che dovrebbero coprire il 10% delle attività registrate, e che rappresentano la grande novità di questa direttiva, dovranno essere condotte col massimo della transparenza da parte degli stati membri, per ingaggiare una lotta effettiva al lavoro nero che genera una distorisione della concorrenza, insicurezza dei luoghi di lavoro, sfruttamento, morti bianche.

Il caso dell´Italia - L’Italia è particolarmente esposta al fenomeno del lavoro nero, di manodopera non solo illegale. É di settimana scorsa un’interrogazione parlamentare di tre deputati del PD, che denunciano l’esercito di immigrati clandestini che ogni notte, ai mercati generali di Milano, svendono le loro braccia per il mercato della frutta e verdura, in assenza di qualsiasi osservanza delle più elementari norme di salvaguardia della salute e di diritto del lavoro, con paga oraria che risulterebbe essere di 2,5 euro in nero.
E sempre a Milano - al polo fieristico Rho-Pero, vetrina della capitale economica italiana - la Guardia di Finanza lo scorso aprile ha denunciato 11 società appaltatrici della Fiera di Milano che davano lavoro in condizioni di semischiavitù – fino a 27 ore consecutive per 6 euro l’ora - a 313 immigrati irregolari. Ammende per 700.000 euro e nessuna responsabilità per l’ente Fiera. Il Segretario della Camera del Lavoro di Milano – Onorio Rosati – invita a non abbassare la guardia, lanciando un allarme sfruttamento per il nuovo spazio espositivo di EXPO 2015, potenziale fucina di caporalato e violazione dei diritti dei lavoratori, da qualsiasi parte del mondo.

Claudia Coppola - novembre 2008

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