Pace e diritti

Le persecuzioni degli Yazidi

Gli Yazidi furono duramente perseguitati dagli Ottomani e poi dal governo turco. yazidi[1].jpg
Gli Yazidi rischiarono l'estinzione una prima volta nel 1892, quando le truppe ottomane penetrarono nella valle di Lālish e passarono a fil di spada migliaia di abitanti, distruggendo il mausoleo di ʿAdī b. Muṣṭafā (Shaykh ʿAdī).  Le persecuzioni della comunità yazida attraversarono tutta la seconda metà del XX secolo.  La prima si ebbe durante il penultimo anno del regno di Fayṣal II, il 1957. Dopo l'instaurazione della repubblica, fu Ahmed Hasan al-Bakr, il primo presidente del Partito Ba'th (fazione irachena) a riprendere le persecuzioni: la prima fu ordinata nel 1969 e la seconda nel 1975. Nello stesso periodo il governo turco avviò una politica discriminatoria verso la minoranza yazida. A partire dagli anni ottanta molti Yazidi turchi iniziarono ad emigrare in Germania (Paese europeo preferito dell'emigrazione curda).  Durante il regime di Ṣaddām Ḥusayn, gli Yazidi vennero classificati come "arabi", in modo tale da falsare gli equilibri etnici nella regione, anche se il regime li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente.  Negli anni 1987-88, in Iraq, Ṣaddām Ḥusayn scatenò una durissima repressione della comunità yazida. Il dittatore ordinò anche una deportazione: decine di migliaia di Yazidi furono costretti a trasferirsi centinaia di km ad ovest, in un'area montuosa al confine con la Siria: il Jebel Sinjar, loro luogo peraltro di storico insediamento. Dopo la caduta di Ṣaddām Ḥusayn nel 2003, i curdi richiesero che gli Yazidi fossero riconosciuti come facenti parte del popolo curdo a tutti gli effetti.
Nel 2014, a seguito della persecuzione avviata dallo "Stato Islamico" contro gli Yazidi, l'ONU stima che 5000 Yazidi siano stati uccisi e 5000-7000 catturati e venduti come schiavI, mentre altri 50.000 sono stati costretti ad abbandonare la regione per evitare analoga sorte.



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