Besa. Un codice d'onore: albanesi musulmani che salvarono ebrei al tempo della Shoah

La mostra racconta l'Albania degli anni '40, quando nella colonia italiana invasa dai nazisti arrivarono le brutalità dell'Olocausto

Besa

Quella raccontata, attraverso l'obiettivo del fotografo Norma Ghershman, nei panelli di "Besa. Un codice d'onore. Albanesi e musulmani che salvarono ebrei ai tempi della Shoah", è una storia poco nota al grande pubblico, ma il cui valore, anche alla luce della difficile situazione internazionale, è di grande importanza.

La mostra racconta le vicende dei musulmani che hanno salvato ebrei dalla Shoah. Capitò nell'Albania degli anni '40, quando nella colonia italiana invasa dai nazisti arrivarono le brutalità dell'Olocausto. Ma il popolo albanese si rifiutò di consegnare agli occupanti gli elenchi con i nomi delle donne e degli uomini di religione ebraica. Lo fecero in nome del “Besa”, il codice d’onore. Molto semplicemente: la parola data, la promessa fatta nel 1941 agli ebrei albanesi, circa 200, e a quelli che in Albania avevano trovato rifugio scappando dall'Europa vittima della follia nazista di non tradirli mai, di non consegnarli mai agli aguzzini nazisti.

La mostra, realizzata dall’Istituto Storico della Resistenza di Reggio Emilia e dello Yad Vashem di Gerusalemme. "Un grande onore- ha sottolineato al taglio del nastro la presidente dell'Assemblea Simonetta Saliera- Istoreco e Yad Vashem sono due importanti realtà con cui l'Assemblea legislativa regionale dell'Emilia-Romagna collabora da tempo. Si tratta di un'occasione per riaccendere i riflettori su una pagina di storia quasi inedita: l'impegno dei cittadini albanesi di fede musulmana nel salvare uomini e donne di fede ebraica durante l'Olocausto. È una pagina di storia che assume un valore rilevante soprattutto in questo inizio di nuovo millennio. Lungi dall'essere risolte le contrapposizioni in Medio Oriente hanno assunto una gravità nuova, ancora più allarmanti e drammatiche. Esse non sono più scontri tra Stati nazionali, né avamposti avanzati della Guerra Fredda e neppure il teatro delle rivendicazioni territoriali e statuali di un popolo. Sono divenuti duro e sanguinoso conflitto fra le parti più fondamentaliste delle religioni monoteiste”. Per Saliera, quindi, "le immagini di Besa diventano un momento non solo di esercizio della memoria, ma di sguardo al futuro: alla possibilità di far cadere, in nome della comune appartenenza al genere umano, di muri che oggi sembrano impossibili da scalfire”.

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