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8 marzo in Saharawi

08.03.2017

27 FEBBRAIO, RABOUNI - Il centro “27 febbraio” era nato come una scuola di formazione per donne, 40 anni fa. 27 febbraio come il giorno di proclamazione della Repubblica araba democratica dei Saharawi nel 1976. Le donne hanno iniziato qui a svolgere le attività e, poco a poco, hanno portato le loro famiglie. Così il centro si è trasformato in una wilaya. Nella sede centrale c'è il giardino, il laboratorio di artigianato con oggetti tipici della cultura Saharawi, il negozio di magliette pro-referendum, la segreteria, la biblioteca, la sala riunioni, la parrucchiera, il nido "aziendale" con i bambini, l'immancabile sala da tè. In ogni stanza il profumo di rose ti invade le narici. C'è anche una targa all'ingresso che ricorda Roberta Silocchi, la volontaria dell'associazione Jaima Saharawi di Reggio Emilia che in vita è stata sempre in prima linea con le donne del deserto. "Vogliamo festeggiare l'8 marzo assieme, donne italiane e Saharawi", annuncia la direttrice alla delegazione. "Vogliamo anche ricordare le nostre sorelle, vittime di violenza, nei territori occupati dal Marocco del Sahara Occidentale. Lì, durante la manifestazione pacifica di Gdeim Izik del 2010, alcune di loro insieme ad altri attivisti politici sono state arrestate e condannate all'ergastolo da un tribunale militare. Il 13 marzo subiranno un nuovo processo. Noi non le dimentichiamo".

A Rabouni c’è il centro Afapredesa, l’associazione delle famiglie dei prigionieri e desaparecidos Saharawi, una ong, riconosciuta anche dal Parlamento europeo, nata nel 1989 per denunciare la scomparsa di molti Saharawi nella zona occupata dal Marocco. Al suo interno un grande muro pieno di firme per sostenere la causa del popolo del deserto. “Molti Saharawi che si oppongono all’occupazione illegale del Marocco nel Sahara occidentale vengono imprigionati e torturati. Sul nostro sito pubblichiamo video che mostrano le umiliazioni inflitte alle donne” spiega il presidente Abdeslam Omar Lahsen. “Noi vogliamo denunciare anche la tortura psicologica dei familiari di molti scomparsi al di là del muro. Il Marocco non permette ai nostri osservatori di entrare nel territorio per controllare, così noi viviamo in un regime di repressione permanente. E questo perché abbiamo scelto di non ribellarci con le armi. E’ difficile continuare a dire di pazientare al nostro popolo in un mondo che sembra capire solo la violenza”.

Nell’attesa, la ricerca di un lavoro nei campi profughi è sempre più difficile per i giovani Saharawi. Il segretario dell’Ugt (sindacati Saharawi) che la delegazione incontra sempre a Rabouni spiega che però la coscienza politica è molto sviluppata: il popolo del deserto sa bene quali sono i suoi diritti, avendo studiato in questi 40 anni. “Stiamo puntando sulla formazione” spiega il segretario “purtroppo la scuola di formazione Sauro Mantellini (dal nome del sindacalista ravennate deceduto nel 2008) di falegnameria e sartoria non è in buono stato dopo l’alluvione del 2015, ma stiamo ricostruendola”. La scuola era stato promossa dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Nexus Emilia-Romagna e Auser. “Ora l’obiettivo è anche quello di rafforzare le cooperative di donne” aggiunge Sandra Pareschi per Nexus Emilia-Romagna “vorremmo creare una coscienza del lavoro ancora più forte”. E si punta sempre sulle donne.

(Corrispondenza Francesca Mezzadri)

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