Le donne senegalesi ripartono...dagli anacardi

Intervista alle donne della delegazione senegalese per il progetto “Cibo e salute: Reti femminili per lo sviluppo locale”

le delegazioneLe mani scure di Louty Sow sono decorate con degli henné neri che corrono fino alla punta delle dita. E la donna senegalese le agita mentre spiega in wolof, la lingua del paese africano, in cosa consiste il suo lavoro: fare anacardi. Quelle mani scure con degli henné ancora più scuri, ogni giorno devono bruciare e scheggiare un anacardo per volta -e ce ne sono 10 tonnellate. Un lavoro duro, lungo, e svolto in una zona rurale come quella di Thienaba, ma che, come spiega lei stessa “fa campare me e i miei figli” e anche tutte le altre donne che lavorano all’interno dell’associazione Fass Diom, della quale lei stessa è presidentessa. E se si pensa che in Senegal, paese musulmano, le donne possono avere anche più di 6 figli e vivono con altri mogli e che il tasso di disoccupazione è quasi al 50%, si capisce perché loro si ritengono fortunate.

Ripartire dagli anacardi- “Prima della nascita di questa associazione, le ragazze dei villaggi nella zona di Thienaba, andavano a Dakar, la capitale, a cercare lavoro come badanti o donne delle pulizie. E spesso tornavano incinta. Ora invece le ragazze lavorano vicino al loro villaggio, sono più controllate, guadagnano di più e sostengono la famiglia” spiega Louty Sow, a sua volta madre di 2 figli (da quando aveva 13 anni) e “quarta” sposa. E aggiunge con una punta di ironia: “in questo modo diventano anche datrici di lavoro degli uomini che chiedono se possono lavorare anche loro, ma…di nascosto.”
Sì, perché la lavorazione degli anacardi nell’associazione Fass Diom – che coinvolge 60 gruppi di donne- è attività di microcredito esclusiva alle lavoratrici: le donne si auto-finanziano con il loro lavoro ma gli uomini non possono farne parte. O meglio “non posso maneggiare i soldi” perché è dimostrato che gli uomini fanno fallire le attività di microcredito, gli uomini possono solo essere dipendenti. Le donne invece no: ci mettono la faccia e non si tirano indietro a versare la loro quota che serve anche per far crescere la struttura. Infatti l’associazione Fass Diom è così riuscita a promuovere tra le lavoratrici corsi di formazione tecnica per migliorare la produzione e il prossimo obiettivo è l’acquisto di una macchina che consenta di velocizzare i tempi e lavorare con più sicurezza.

Terre senegalesi- Il lavoro di Fass Diom è parte del progetto “Cibo e salute: Reti femminili per lo sviluppo locale”, finanziato al 50% dalla Regione Emilia-Romagna, che promuove i piani di imprenditorialità femminile in campo agricolo nelle zone rurali del Senegal e che coinvolge dal 2008 associazioni italiane (tra le quali ANPAS e Mani come capofila), enti pubblici (come la Provincia e il Comune di Parma), e associazioni senegalesi.
L’associazione Fass Diom è infatti in rete anche con l’associazione FEEDA (Femme, Education, Eau e Developpement en Afrique) di Pire che si occupa di agro-alimentare. Insieme collaborano per la produzione degli anacardi e FEEEDA ha predisposto la formazione tecnica per le donne di Fass Diom. Monirou Gueye, la rappresentante dell’organizzazione di Pire, un’altra donna senegalese con un lungo scialle blu spiega:
“Era consuetudine, fino a qualche anno fa, che la terra passasse da padre in figlio, seguendo la linea maschile: non era una legge scritta, ma funzionava così. Ora invece le cose sono cambiate: nella nostra organizzazione abbiamo fatto formazione per far capire alle donne i loro diritti, farsi valere”. E’ infatti appena stata approvata in Senegal una delibera epocale che sancisce su carta scritta il permesso alle donne di coltivare i terreni e di essere finalmente padrone del loro pezzo di terra.
Ma per arrivare a questo risultato, un passaggio è stato fondamentale.
“E’ l’educazione che ci ha permesso di capire. Nel nostro paese il livello di scolarizzazione femminile è sempre stato molto basso perché le donne stavano in casa. E’ stata una dura battaglia convincere le madri a non togliere le figlie da scuola” spiega Mounirou. E la battaglia di promozione della scolarizzazione femminile, sempre all’interno del progetto “Reti femminili per lo sviluppo locale”, è stata combattuta con borse di studio per permettere alle ragazze di frequentare le scuole superiori e l’università gratuitamente. In questo modo le madri hanno capito che forse “era più prestigioso far studiare le figlie piuttosto che sposarle”.

La scolarizzazione femminile- Pire è così diventata un modello in tutto il paese per il livello di educazione e scolarizzazione femminile. Le donne dei villaggi, raggiunta la consapevolezza dei loro diritti, si sono quindi impegnate non solo a mandare le figlie a scuole, ma a lavorare le “loro” terre, e a studiare per capire come farlo.
La loro formazione tecnica in campo agro-alimentare all’interno del progetto, è stata seguita anche da professori della facoltà di agraria di Bologna. “Ma ogni villaggio ha fatto le sue scelte e ha conservato la sua autonomia” sottolinea con orgoglio Mounirou. All’interno di ogni villaggio, una di loro si è poi fatta garante per le altre ed è diventata presidentessa di piccole strutture locali di coltivazione e allevamento. Anche qui a Pire, ogni struttura ha poi avviato attività di microcredito: le donne hanno iniziato a versare i loro primi guadagni per comprare pollai. Parte dei soldi che continuano ad essere versati servirà anche a finanziare le prossime borse di studio destinate ad altre giovani.
“All’inizio si pensava: ma perché lasciare tanti soldi nelle mani delle donne che non fanno neanche parte della comunità” spiega Mounirou Gueye “ma ora le donne sono anche presidenti delle loro strutture.”

Le donne in Africa- Che la mentalità sia cambiata è indubbio: lo si capisce dallo sguardo di gratitudine e ammirazione che sia Monirou Gueye che Louty Sow rivolgono alla terza donna senegalese che è con loro: Bineta Gueye, la più giovane di tutte, l’unica che parla anche francese. Bineta è una delle ragazze che ha potuto studiare grazie alle borse di studio e ora è Segretaria dell’Associazione FEEDA, trait-d’union tra l’associazione Fass Diom di Thienaba e i villaggi di Pire, nonché primo partner del progetto con la Regione Emilia-Romagna.
Bineta è stata nominata “Femme modèle” dal Ministero dell’educazione senegalese ed è un grande esempio per tutte le altre donne.
Dice Bineta “Le donne quando prendono un impegno, vanno fino in fondo, per questo funzionano le attività di microcredito. Superata la diffidenza, si capisce che loro danno più sicurezza degli uomini ” spiega Bineta. E se è vero che in Senegal il 90% della popolazione è musulmana è anche vero che le donne da sempre hanno dovuto occuparsi della gestione delle loro grandi famiglie: non può mancare in loro una certa dote organizzativa che, unita ad una crescente consapevolezza dei loro diritti, può portare solo a buoni frutti.
Il progetto “Cibo e salute: reti femminili per lo sviluppo locale” non si occupa solo di scolarizzazione, formazione agro-alimentare e imprenditorialità femminile, ma anche di salute. Nelle zone di Thienaba e Pire, e anche nell’area di Khombole, sono stati organizzati eventi di sensibilizzazione alla salute e prevenzione, per far sì che la medicina tradizionale venga affiancata dalla medicina moderna. Si tratta di un progetto integrato con l' obiettivo primario di “sostenere le famiglie”.
Bisogna però sempre partire dalle donne, anche in questo caso. E c'è un’altra donna che fa parte di questa delegazione e ha contribuito a tutto questo, la rappresentante dell’associazione senegalese di Parma che con grinta e determinazione rivendica il proprio ruolo all’interno dell’associazione che è stata un partner fondamentale di Mani e della Regione nella realizzazione del progetto.

Non dimentichiamo che nel 2011 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato proprio a loro, alle africane, considerate il motore dell’economia del paese. 
Louty Sow, Mounirou Gueye e Bineta. Non a caso, queste 3 signore, con scialli, henné e tailleur, mi ricordano un’altra loro connazionale che ho avuto l’onore di conoscere qualche anno fa proprio in Senegal: Yayi Bayam Diouf che nella periferia di Dakar ha fondato la cooperativa Coflec, un collettivo di donne che si occupa di piccole attività socio-economiche e che cresce con il microcredito. L’orgoglio nel dichiarare che ognuna di loro all’inizio della propria attività ci ha messo la faccia, che nessuna ha mai trasgredito le regole e che tutte lavorano sodo per la comunità, è lo stesso. Lo sviluppo parte anche da queste parole.

Francesca Mezzadri

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